| Casi Esemplificativi: Parere pro veritate del consulente di Francesco Prof. R in merito alla CTU della | |||
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| Parere pro veritate del consulente di Francesco Prof. R in merito alla CTU della Dott. B. Gentile Avv., con la presente rispondo alla Sua richiesta di esprimere un parere pro veritate sulla periziatecnica d'ufficio disposta dal G.I. del Tribunale Civile Penale di Rovigo per accertare le più opportune condizioni di affidamento e di visita per la minore in oggetto, perizia affidata alla Dott.ssa B. Ho ricevuto e letto con attenzione la copia da lei inviatami della perizia della Dott.ssa B., con le relazioni psicodiagnostiche allegate. Malgrado l'abbondanza di elementi raccolti dal perito, sento il dovere di non esprimermi sul caso concreto della piccola Laura perché non ho conoscenza diretta né della bambina né delle figure adulte significative della sua vita. Mi limiterò dunque a formulare alcune osservazioni sulla base di quanto ho letto e della mia esperienza ultraventennale di CTU in casi simili oltre che di giudice onorario del Tribunale per i minorenni prima e di consigliere onorario della Corte di Appello, Sezione Minori e Famiglia. Aggiungo anche che mi trovo tuttora di fronte a casi di grave litigiosità tra genitori sia nella mia attività di terapeuta sia nell'esperienza del primo centro pubblico Italiano per il sostegno ai genitori in via di separazione. Com'è ben noto a tutti coloro che lavorano in questo campo e com'è confermato dalla letteratura specializzata, sono numerosi i casi di grave contrasto tra genitori in cui l'uno o l'altra muove accuse all'ex-coniuge di comportamento immorale o di pratiche abusive nel confronti dei figli. Non sono infrequenti i casi in cui queste accuse si rivelano un ennesimo frutto avvelenato della guerra scatenatasi tra i genitori a seguito del fallimento del progetto matrimoniale. L'allarme sociale destato da situazioni del genere è talvolta sfruttato dall'uno o dall'altro genitore per distruggere moralmente l'ex-coniuge, minarne alla radice la posstbilità stessa di proporsi come genitore, ottenere l'esclusivo affidamento dei figli. Non ignoro naturalmente l'esistenza di frequenti comportamenti abusivi dei genitori, non fosse altro perché ho contribuito in anni lontani alla nascita del primo centro privato ltalianoper la prevenzione dell'abuso infantile e per l'intervento a tutela di figli e genitori maltrattati. Voglio solo mettere in guardia contro la pratica troppo diffusa (e che si serve talvolta dell'inconsapevole avallo di operatori qualificati) di ottenere la cosiddetta vittoria in Tribunale seminando terribili sospetti che non sempre si rivelano fondati ma che sempre producono danni sui sospettati e sui loro figli. Non vanno inoltre sottovalutati gli stereotipi e i pregiudizi che ancora accompagnano le manifestazioni della sessualità infantile e in particolare quei comportamenti che con espressione "adultomorfa" vengono definiti "masturbazione". Francesco Bacone diceva che "nulla ispira a un uomo tanti sospetti quanto il fatto di saper poco". Sono d'accordo, ma in questioni di giustizia e soprattutto di affetti, il sospetto, anche se non provato o successivamente smentito, rischia di produrre comunque danni irreversibili. Ammettiamo per un momento che Francesco sia (e risulti) del tutto innocente. Chi restituirà a Marina e a suo padre gli anni perduti o inquinati da terribili accuse? Quanto ci vorrà per ristablitre un clima di tranquillità e di fiducia tra tutti i protagonisti di questa vicenda? Ecco perché accuse come quelle mosse al padre di Marina dovrebbero essere vagliate con la massima cautela così che un'encomiabile desiderio di ricerca della verità non si trasformi in un innamoramento per una particolare tesi con conseguente "furore" inquisitorio e ricerca e coinvolgimento di testimoni, prove, fatti, interpretazioni a conferma della tesi stessa. Dovremmo renderci conto che pregiudizi e stereotipi in tema di sessualità infantile e l’allarme per le notizie di abusi nei confronti dei bambini possono impedire una valutazione serena dei fatti non solo al protagonisti ma anche ai testimoni e agli stessi periti. In un recente seminario in tema di abuso all'infanzia il Dr. Pietro Forno, magistrato milanese di lunga e specifica esperienza di casi di abuso su minori, ha così trattato il tema del sospetto di abuso (le sottolineature sono mie). "Il campo del tutto particolare e specifico della materia minorile è costituito dalle situazioni di mero sospetto di abuso, basato o su affermazioni non chiare della parte lesa, o su anomalie comportamentali di questa (ad es. comportamenti erotizzati), o su condotte ambigue, non di univoca interpretazione, dell'adulto. Si tratti di una "zona grigia" la cui ampiezza è inversamente proporzionale all’età del minore: costituisce in pratica la regola di casi di minori in età prescolare, in cui molto difficile è l’interpretazione di affermazioni e comportamenti. E' fuori discussione che tale interpretazione può essere fatta solo in sede psicodiagnostica tempo prima e si possa addivenire ad una qualche conclusione. E’ altresì vero peraltro che ogni attività volta a chiarire i fatti, se viene effettuata senza determinate cautele, pregiudica in modo irreparabile le indagini successive. Tipica al riguardo la prassi, in caso di sospetto abuso intrafamiliare, di convocare tutti o parte dei membri della famiglia del minore prima che sia notiziata l’autorità giudiziaria penale, esplicitando per di più le ragioni del sospetto. Anche nel caso in cui la persona interpellata sia soltanto la madre del minore, moglie o convivente del sospetto autore dell'abuso, il risultato normale è che si instauri una sorta di "processo famigliare" in cui il minore, alla fine, è destinato a soccombere. La stragrande maggioranza delle madri, dopo gli iniziali turbamenti, si schierano a fianco dei coniugi e alle figlie non resta che la ritrattazione! [Non è certamente questo il caso di cui mi sto occupando visto che qui è la madre che accusa e la bambina non è forse in età di ritrattare]. E’ difficile in questa materia una codifIcazione di casi che si presentano molto diversificati; si possono, al più, dare alcuni suggerimenti di carattere generale: 1) interpellare, oltre che il giudice minorile (competente per tutti gli interventi a tutela del minore) anche il pubblico ministero, sia in merito all'opportunità della denuncia che alle strategie da adottare; 2) se è possibile procedere ad un approfondimento dei racconto del minore, tipico il caso di minori già allontanati per altri motivi) farlo con la massima riservatezza cercando, in sede minorile, di garantirne la serenità e di evitare possibili pressioni o interferenze (ad esempio attraverso una oculata regolamentazione degli incontri); c) non esitare a presentare denuncia penale non appena i meri sospetti si concretizzino in indizi, specie quando la situazione si presenti troppo rischiosa se gestita unicamente con gli strumenti del diritto minorile. E' bene ricordare che, con il nuovo codice di procedura penale, le indagini possono essere effettuate ed anche archiviate senza alcun clamore e alla totale insaputa dell'interessato. E’ pertanto preferibile archiviare una denuncia infondata piuttosto che accorgersi tardivamente che i sospetti erano fondati". E’ discutibile che si parli di masturbazione nel caso di una bambina di due anni, ancor più se si attribuiscono a certi comportamenti messi in atto dalla bambina significati (e pregiudizi!) paragonabili a quelli attribuiti alla masturbazione adulta. Samuel Johnson sosteneva che "gli uomini non sospettano colpe che non commettono". Senza essere così pessimista vorrei almeno invitare gli adulti a non attribuire ai comportamenti infantili sensi e significati che semplicemente non appartengono a certe età della vita. I bambini, e questo vale ancor più nei primi anni di vita, non sono donne e uomini in miniatura con vizi e virtù adulte in miniatura. Sono ancora, grazie a Dio, altra cosa. Ma ci somiglieranno molto presto, molto presto impareranno ad essere come noi e molto di ciò che saranno l'avranno appreso dai genitori. Tornando alla masturbazione, ricordo di aver letto nella seconda metà degli anni ‘70 un'opera divulgativa di uno psicologo e sessuologo americano, Hal M.Wells, Your Child’s Right to Sex, oggi tradotta in italiano, in cui, rivolgendosi a genitori ed educatori, la cosiddettamasturbazione infantile veniva così affrontata (le sottolineature sono mie): "[...] anche per chi non è religioso, la parola [masturbazione] evoca sempre una serie di significati negativi. Siamo riusciti a farla finita (USA,1970) con le antiche minacce di brufoli, malattie veneree e follia, ma pronunciare la parola in pubblico genera ancora disagio (...). "Giocare con i genitali" sembra un modo di dire più adeguato, soprattutto quando ci si riferisce a un bambino piccolo, i1 quale non si masturba in senso stretto (cioè intenzionalmente per raggiungere un orgasmo) ma, effettivamente, gioca". (…) La scoperta dei genitali comincia non appena il bambino, che intorno ai sei mesi ha già avuto modo di condurre accurate esplorazioni sui capelli, orecchie, occhi, naso e tutte le altre raggiungibili del corpo, si accorge che le mani, a contatto con la zona genitale, danno una piacevole sensazione. Se non viene represso, distratto o inibito in altro modo, il bambino procede naturalmente alla sperimentazione di qualche forma di gioco genitale. Pian piano scopre che, oltre alle mani, anche alcuni suoi giocattoli, e specialmente quelli morbidi e pelosi, danno piacere (fra l’altro, le interruzioni (da parte degli adulti) sembrano assai più frequenti quando si usano le mani: i "sostituti" passano più inosservati e i bambini lo sanno). Lo stesso avviene dondolandosi su una sedia che offra qualche punto di contatto con i genitali. (…) I bambini di entrambi i sessi conoscono perfettamente la sensazione che dà "fare cavalluccio" sulle ginocchia di un adulto (…). Proviamo a concentratci per un attimo sulla differenza tra "toccarsi" e "giocare con i genitali". Toccarsi è una sensazione confortante, spesso associata a quella di succhiarsi un dito e ai più grandicelli dà coraggio quando parlano e leggono. Così come non ci preoccupiamo del dito in bocca perché confidiamo che prima o poi passerà, non c’è motivo di preoccuparsi se nostro figlio si tocca i genitali. Naturalmente sto parlando di bambini con un comportamento "nella norma". Se doveste notare che la cosa va avanti per ore o aumenta costantemente di frequenza sarà meglio cominciare a chiedervi se qualcosa in particolare turba vostro figlio. Perché ha bisogno di tanto conforto? Anche se i bambini molto piccoli si toccano tranquillamente i genitali in presenza di altri membri della famiglia (o di chiunque altro), quasi tutti gradualmente imparano che farlo in privato è meglio, non necessariamente perché si è appreso il senso di colpa, ma proprio per una questione di privacy. (…)". Vorrei che in presenza di "gioco con i genitali" ritenuto dagli adulti di casa "fuori della norma" non dovremmo dunque ricorrere necessariamente al sospetto che qualcuno glielo abbia perversamente insegnato, cosa possibile ma non probabile. Dovremmo anche porci la domanda: "Qualcosa turba nostra figlia? Perché ha bisogno di tanto conforto?", e non possiamo escludere che la bambina risenta di una situazione familiare pesantissima e che ricorra a rassicurazioni come quelle sopra descritte. Ripeto, non si può escludere un apprendimento e un incoaggiamento da parte di un adulto, ma è più probabile che se la bambina indulge nel "gioco con i genitali" al di là dei limiti normali questo sia dovuto alla ricerca di rassicurazione e protezione da un ambiente familiare teso e poco protettivo. Come molti altri colleghi, sono personalmente d’accordo con questa visione della sessualità infantile. Tra i tanti autori che condividono le posizioni di cui Wells non è che un portavoce, più di recente uno dei più noti pediatri italiani, Marcello Bernardi, è tornato sul tema della cosiddetta masturbazione infantile in un suo libro del 1993, Sessualità, educazione et al. (Rizzoli). Rinvio in proposito alle pagg.158 e segg. Di questo volume nelle quali, tra l’altro, si potrà leggere (sottolineature mie): "Sono convinto (…) che gli interventi contro la masturbazione della bambina siano dannosi esattamente come lo sono per il maschietto. Perché dannosi? Questa volta per capire non serve nemmeno metterci nei panni del bambino. Restiamo pure nei nostri. Che cosa può pensare uno di noi quando venga minacciato di rappresaglie se si comporta in un certo modo o se commette determinate azioni, o quando si cerchi di distoglierlo con questo o con quel pretesto dagli stessi comportamenti o dalle stesse azioni? Evidentemente penserà che si tratti di comportamenti deplorevoli, bagliati, o per lo meno inadeguati, in quello specifico ambiente. Forse prima non lo sospettava neanche, ma la disapprovazione altrui, direttamente o indirettamente espressa, gli rivela il suo errore. Egli finirà prima o poi con l'accantonare quelle sue operazioni nell'area del proibito e, se le metterà ancora in atto, lo farà clandestinamente. Nascono in tal modo le consuetudini sociali. Ma nascono anche le deviazioni. Le energie che l'individuo non può spendere nelle attività vietate può spenderle in altre imprese, forse non migliori, o forse peggiori. O forse quell'individuo potrebbe, a lungo andare, svuotarsi di ogni energia e diventare un rassegnato nulla. Identica la situazione del bambino cui si impedisce il godimento della propria sessualità. Egli si farà li convincimento che le attività sessuali, e il sesso medesimo, siano un male, un'indecenza (…). Potrà rinunciarci, per un po' di tempo. Ma c'è anche il rischio che ci rinunci per sempre e che divenga un impotente (una frigida), o un nevrotico profeta della castità, propria o altrui. O potrà investire le sue energie sessuali in altre gesta (...), o (...) continuerà a commettere atti impuri, ma di nascosto. E comunque sempre nella certezza di essere un poco di buono. (…) Ci sono bambini molto sensibili che potrebbero restare sconvolti dalle reazioni, non sempre misurate e civili, di qualche adulto (…)". Chiedo a chi è chiamato ad indagare su sospetti come quelli che gravano sul padre di Marina di prendere in esame anche questa possibilità: la bambina può essere vittima della battaglia tra i genitori dell'allarme che destano i sospetti di abuso sessuale e dei pregiudizi e stereotipi che ancora sopravvivono in tema di sessualità infantile. Ho scritto "può" e non "è" perché non ho il diritto di sostituirmi a chi conosce il caso meglio di me. Ho invece il diritto di chiedermi come mai questa ipotesi non venga valutata con altrettanto impegno quanto quella della colpevolezza del padre. In fin dei conti siamo, o dovremmo essere, tutti tesi alla tutela dell'interesse della bambina e tra i suoi interessi c'è anche quello, fino a prova contraria, di non essere privata di un genitore, cosa purtroppo già avvenuta nel caso di Marina sulla base di sospetti che, in questa materia, sappiamo propagarsi e attecchire con molta facilità. Tornando alla perizia, c'è da chiedersi se, al fine di verificare la fondatezza della supposta induzione di comportamento masturbatorio, sia opportuno eseguire una osservazione accurata e mirata della minore in assenza di altre persone, ivi compresi i periti di parte, per un numero elevato di sedute tese a far esplicitare alla bambina chi è l'adulto che l'ha indotta al comportamento masturbatorio. La prima parte del quesito contiene un presupposto che invece andrebbe verificato: "chi è l'adulto che l'ha indotta al comportamento masturbatorio". Pare dunque già assodato che la bambina sia vittima dell'influenza di un adulto significativo. Ma, come mi sono chiesto in precedenza, le cose stanno proprio così? Il comportamento della bambina è così diverso da quello delle sue coetanee? Se sì, quel comportamento non potrebbe spiegarsi con altre cause, il clima farniliare, ad esempio, che potrebbe spingere la bambina a pratiche autoerotiche a scopo di rassicurazione? E allora, non è forse più giusto ritenere che il quesito da porsi sia se quel comportamento è stato indotto da un adulto? Ma ammesso e non concesso che sia fondata l'ipotesi di un'induzione di quel comportamento da parte di un adulto, quali sono gli adulti significativi che potrebbero essere considerati responsabili? Il padre, certamente, ma anche la madre o altre figure importanti nella vita della bambina. Ma se l'indiziato è solo il padre ci saranno pure delle prove a suo carico. E allora che bisogno c'è di sottoporre una bambina di pochi anni a un iter peritale tanto intenso che sarebbe difficilmente sopportabile anche da un adulto? Mi si può rispondere che abbiamo tante dichiarazioni della bambina che rafforzano li sospetto. Strane cose avvengono oggi all'infanzia: da una parte una bambina viene giustamente ritenuta influenzabile e si attribuiscono, le sue cosiddette pratiche masturbatorie all'influenza (appunto) dei padre. Dall'altra non ci si pone il problema se questa stessa bambina non possa essere altrettanto influenzabile da adulti ostili al padre nel dare una versione dei suoi rapporti con quel genitore (che tra l'altro non ha da lungo tempo la possibilità di frequentare la figlia e, nel peggiore dei casi, di influenzarla a sua volta ... ). Diceva Shakespeare: "attenzione alle storie che ci raccontiamo (e che ci raccontano) perché possono diventare il copione della nostra vita". Quante volte, occupandomi di separazioni altamente conflittuali tra genitori, mi è capitato di ascoltare brutte storie che i bambini raccontano sul conto dei genitore con il quale non vivono, alimentate e confermate dal genitore affidatario a fini distruttivi. Anche questo certi bambini devono fare per sopravvivere! Non posso dire che questo sia il caso di …, ma il dubbio debbo almeno pormelo. Non è qui in discussione il fatto che i bambini di pochi anni possano essere testimoni attendibili. Credo che possano esserlo ma non devono essere trattati come adulti e, soprattutto, occorre evitare di attribuire indebitamente significati "adulti" a loro comportamenti. Trovo sconcertanti ad esempio, i passi relativi ai "leccamenti" e il modo in cui sono stati raccolti nel contesto di una perizia richiesta su un tema tanto delicato. Quello che in altri contesti potrebbe essere considerato un gioco innocente e frequente tra genitori e bambini, il leccarsi affettuosamente la faccia ad esempio, oppure vedere casualmente il corpo nudo dei propri genitori o ancora le affermazioni difensive di una bambina colpevolizzata e sottoposta a un fuoco di fila di domande, o le osservazioni di un’educatrice, tutto viene raccolto e convogliato in un'unica direzione. Quando poi, finalmente, la bambina adeguatamente interrogata dice qualcosa di più esplicito, finalmente il cerchio si chiude e il teorema è dimostrato. Richiamo l'attenzione su questi passaggi della perizia: pagg. 7-8: "Durante l'ultima seduta la signora Carla segnala pure alcuni messaggi ricevuti dalla bambina, e precisamente: "La bambina, al momento di darmi la buonanotte, seduta sul letto, si è messa a leccarmi la faccia. Le ho chiesto "Cosa fai?", e lei "Lo facevo col nonno, la nonna e il papà". Intanto si nascondeva la faccia col braccino, per vergogna, e ha aggiunto: "Ma lo facevo anche in Africa col papà"". [Ora sappiamo che di questo gioco, praticato con gioia e affetto tra molti genitori e figli piccoli, ci si deve vergognare]. pag. 13: (In casa del papà) "Vuole il papà vicino sul divano e gli si strofina contro. (…) Ad un certo punto gli lecca la manica della camicia e dice con aria complice: "Ti lecco" al padre, che esclama: "Cosa fai, sciocchina, fai la birichina?"". [Si notino il "gli si strofina contro" e soprattutto quell' "aria complice" che sono tutto un programma. Posso ben immaginare l'imbarazzo del padre che sa bene di essere nel mirino quando la bambina gli lecca la camicia]. pag. 14 [in casa di Carla]: "Ogni tanto Marina le dà un bacio ma anche delle leccate e la mamma le dice con fermezza: "baci sì, leccate no"". Con la mamma Marina non ha l’ "aria complice" e la risposta che riceve è data "con fermezza", cosa che non è stata detta nel caso del padre. Dunque, o il padre non è stato abbastanza "fermo" perché ritiene il gesto della bambina del tutto innocente oppure ... c'è qualcosa sotto. A pag.18 c'è la dichiarazione di Carla in cui si riferiscono affermazioni di Marina "Papà mi diceva che devo stringere le gambe" (la bambina era a cavallo di un sostegno tubolare dello schienale della sedia ma l’affermazione del padre assume subito contorni ambigui); che brutto mio nonno nudo", "I1 papà ha il culotto lungo", e "finalmente: [parla Carla] "interrogandola, ho capito che per culotto intendeva il pene, e ha aggiunto che lo leccava". [Richiamo l’attenzione su quell’ "interrogandola", una pratica che Carla deve ormai conoscere molto bene. L'interrogatorio viene condotto, immagino con molta serenità e competenza da persona che si dichiara preoccupata "perché il paese è piccolo e la gente fa in fretta a parlare"]. Pag. 20: l’insegnante riferisce affermazioni di Marina come "I bambini devono stare con le mamme" o "Il papà dice brutta cattiva alla mamma" e fa altre osservazioni sulla tristezza della bambina dopo gli incontri con i1 padre. [In altri contesti queste affermazioni di Marina sarebbero state considerate una delle frequenti, tristi conseguenze di una separazione tra genitori altamente conflittuale ma qui assumono una luce tutta particolare visti i sospetti gravanti sul padre]. Lo stesso dicasi per quanto riferito da un'altra maestra (pag. 21): " (…) vedo questa bambina che ondulava e si strofinava contro lo spigolo di un tavolo, a pancia in giù. Ho cercato di prenderla per un braccino per distoglierla, ma lei era rigida. All'improvviso dice "Lo faccio con papà". [Ci risiamo. Ormai quando viene colta 'in flagrante' la bambina ha pronta la risposta. Peccato che la maestra non si accorga che la bambina (vedi quanto detto a proposito della pseudo masturbazione) non stia facendo nulla di anormale e, se indulge troppo in quel comportamento, possa forse manifestare una sofferenza personale, non necessariamente una pratica avviata o incoraggiata dal padre]. Infine segnalo i verbali delle sedute del CTU con Marina. Le affermazioni della bambina appaiono non equivoche e preoccupanti se non rimanesse il dubbio che nei mesi precedenti gli adulti, con i loro racconti, osservazioni, azioni, reazioni e divieti possano essersi "sovrapposti" ai racconti della bambina. Ammettiamo poi (e non concediamo) che la bambina debba essere sottoposta a un numero tanto elevato di incontri e osservazioni. Ci rendiamo conto degli effetti che questo modo di procedere può comportare su una piccola in formazione e presumibilmente già colpita dal grave contrasto che divide i suoi genitori? Io credo che non ci si renda abbastanza conto di quanto un bambino di questa età che pure è caratterizzato da un pensiero "concreto" ed ha una memoria visiva altrettanto concreta (e potrebbe essere dunque, se non influenzato, un buon testimone) sia influenzabile dalle pressioni degli adulti che hanno su di lui un enorme potere di suggestione, soprattutto se questi giunge all'incontro, al colloquio, all'osservazione con propri forti convincimenti su come le cose sono andate, con scarsa esperienza di colloqui con bambini, con scarsa esperienza di casi di abuso sessuale, con forti pregiudizi nei confronti delle manifestazioni della sessualità infantile. Mi guardo bene dall'affermare che questo sia il caso dell’autrice della perizia in oggetto: pongo solo il problema dell’influenzabilità dei bambini ad opera degli adulti, genitori, parenti o esperti che siano. Il dibattito sul tema è da tempo in atto in ogni Paese che abbia cominciato ad occuparsi seriamente dell'abuso all'infanzia, e soprattutto negli Stati Uniti che hanno più lunga esperienza in materia. A questo scopo allego fotocopie tratte dall'autorevole Reference Guide to Counselling Children andAdolescents (Manisses Communications Group, Inc.). Gli Autori sono autorità riconosciutenel campo dell'abuso all'infanzia e, come si può notare, mettono in guardia contro la faciloneria, l’improvvisazione, il partito preso quando si tratta di questioni tanto delicate con bambini piccoli. Mi meraviglio invece della scarsa presenza (almeno stando al documento in mio possesso) dei periti di parte nei colloqui. La mia esperienza come perito sta di ufficio che di parte mi ha insegnato che se è proprio necessaria l’osservazione di una bambina cosí piccola, tale osservazione va condotta da persona esperta e affidabile. Qualora il Perito di ufficio risponda a queste caratteristiche, i periti di parte possono attendere con fiducia l’esito degli incontri e non partecipare agli incontri con la bambina per non rendere più pesante la situazione per la minore. Il perito d'ufficio ha comunque tutto l'interesse a confrontare e discutere le sue osservazioni con i colleghi di parte perché dal dialogo possono scaturire conclusioni più meditate e fondate. Se, tuttavia, questa fiducia nel perito d’ufficio non 'c'è, i periti di parte devono partecipare a tutti gli incontri e se questo non è consentito, dovrebbero informarne il magistrato affinché questi consenta loro di partecipare alle osservazioni o, meglio, nomini un perito più qualificato ad evitare che il minore si trovi di fronte una "commissione" di adulti sconosciuti e, presumibilmente, rissosi. Non so come mai, in questo caso, i periti di parte siano così poco presenti. Mi auguro che si tratti di una loro prova di fiducia nel confronti del CTU. Leggo infine, nell'elenco delle operazioni peritali, che il CTU ha sottoposto la situazione e le "più significative risultanze emerse" alla supervisione del Centro X. Mi auguro che siano stati presenti anche i consulenti di parte. In ogni caso è sorprendente che ci si avvalga di una supervisione sul proprio operato in corso di perizia. E’ senz'altro ammirevole che un perito ammetta di aver bisogno di una supervisione e migliori in tal modo le proprie qualifiche e le proprie prestazioni professionali. E’ suo diritto avvalersi di ogni mezzo per lavorare nelle migliori condizioni. Quando però, nel corso di una perizia, si avvale di uno o più esperti ai quali riconosce, per il fatto stesso di sottoporsi alla loro supervisione, maggiori conoscenze, esperienza e dottrina, ci troviamo, di fatto, a una superperizia. E allora se le cose stanno così, perché non chiedere al magistrato di affidare a questi superesperti la perizia di ufficio o almeno consentire anche ai periti di parte di avvalersi del loro sapere? Se poi l'autorità del supervisore è citata dal CTU a conferma delle proprie tesi, i periti di parte si trovano di fatto tagliati fuori dal discorso, nell’ipotesi che non abbiano partecipato agli incontri di supervisione. Credo comunque che sia lecito chiedersi: a) se l'informazione fornita dal CTU al supervisote in assenza del periti di parte sia stata completa e obiettiva; b) se il supervisore sia a conoscenza dell'uso che si è fatto del suo nome e, in caso affermativo, come e perché abbia dato la sua autorizzazione. Con i più cordiali saluti Prof. R. |
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