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ENPAP 2009
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I NOSTRI CANDIDATI SIPAP EMILIA ROMAGNA

PLAZZI EDDA nata il 18/01/1959, residente a Ravenna, iscritta Ordine Psicologi Emilia Romagna – Libero professionista
Psicologa-psicoterapeuta a indirizzo rogersiano e gestaltico. Formata in Sessuologia clinica presso il C.I.S. di Bologna, diretto dal prof. G. Ribelli, ha pubblicato articoli sulla Rivista di Sessuologia. Didatta Centro Italiano di Sessuologia. Si occupa di Psicologia e Psicopatologia della coppia. Ha lavorato per i consultori familiari della Regione Emilia Romagna nell'ambito della consulenza sessuologica agli adolescenti. Coordinatrice Sipap Emilia Romagna.


FAORO FRANCO nato il 19/05/1959, residente a Ravenna, iscritto Ordine Psicologi Emilia Romagna – Libero professionista
Psicologo del Lavoro e Psicoterapeuta. A Bologna è amministratore di una agenzia per il lavoro privata (www.sa-change.it), dove insieme ad altri colleghi è consulente per le aziende nell’area delle Risorse Umane. Vive a Ravenna dove svolge attività clinica. È stato in passato Consigliere del CIG dell’ENPAP e oggi è Componente del Collegio dei Sindaci. Componente del coordinamento Sipap Emilia Romagna.

Casi Esemplificativi: Parere pro veritate del consulente di Francesco Prof. R in merito alla CTU della  
Autore: sipap
Pubblicato: 2005/10/31
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Parere pro veritate del consulente di Francesco Prof. R in merito alla CTU della

Dott. B.

Gentile Avv.,

con la presente rispondo alla Sua richiesta di esprimere un parere pro veritate sulla perizia

tecnica d'ufficio disposta dal G.I. del Tribunale Civile Penale di Rovigo per accertare le più

opportune condizioni di affidamento e di visita per la minore in oggetto, perizia affidata alla

Dott.ssa B.

Ho ricevuto e letto con attenzione la copia da lei inviatami della perizia della Dott.ssa B., con

le relazioni psicodiagnostiche allegate.

Malgrado l'abbondanza di elementi raccolti dal perito, sento il dovere di non esprimermi sul

caso concreto della piccola Laura perché non ho conoscenza diretta né della bambina né delle

figure adulte significative della sua vita. Mi limiterò dunque a formulare alcune osservazioni

sulla base di quanto ho letto e della mia esperienza ultraventennale di CTU in casi simili oltre

che di giudice onorario del Tribunale per i minorenni prima e di consigliere onorario della

Corte di Appello, Sezione Minori e Famiglia. Aggiungo anche che mi trovo tuttora di fronte a

casi di grave litigiosità tra genitori sia nella mia attività di terapeuta sia nell'esperienza del

primo centro pubblico Italiano per il sostegno ai genitori in via di separazione.

Com'è ben noto a tutti coloro che lavorano in questo campo e com'è confermato dalla

letteratura specializzata, sono numerosi i casi di grave contrasto tra genitori in cui l'uno o

l'altra muove accuse all'ex-coniuge di comportamento immorale o di pratiche abusive nel

confronti dei figli. Non sono infrequenti i casi in cui queste accuse si rivelano un ennesimo

frutto avvelenato della guerra scatenatasi tra i genitori a seguito del fallimento del progetto

matrimoniale. L'allarme sociale destato da situazioni del genere è talvolta sfruttato dall'uno o

dall'altro genitore per distruggere moralmente l'ex-coniuge, minarne alla radice la posstbilità

stessa di proporsi come genitore, ottenere l'esclusivo affidamento dei figli.

Non ignoro naturalmente l'esistenza di frequenti comportamenti abusivi dei genitori, non

fosse altro perché ho contribuito in anni lontani alla nascita del primo centro privato

ltalianoper la prevenzione dell'abuso infantile e per l'intervento a tutela di figli e genitori

maltrattati. Voglio solo mettere in guardia contro la pratica troppo diffusa (e che si serve

talvolta dell'inconsapevole avallo di operatori qualificati) di ottenere la cosiddetta vittoria in

Tribunale seminando terribili sospetti che non sempre si rivelano fondati ma che sempre

producono danni sui sospettati e sui loro figli.

Non vanno inoltre sottovalutati gli stereotipi e i pregiudizi che ancora accompagnano le

manifestazioni della sessualità infantile e in particolare quei comportamenti che con

espressione "adultomorfa" vengono definiti "masturbazione". Francesco Bacone diceva che

"nulla ispira a un uomo tanti sospetti quanto il fatto di saper poco". Sono d'accordo, ma in

questioni di giustizia e soprattutto di affetti, il sospetto, anche se non provato o

successivamente smentito, rischia di produrre comunque danni irreversibili. Ammettiamo per

un momento che Francesco sia (e risulti) del tutto innocente. Chi restituirà a Marina e a suo

padre gli anni perduti o inquinati da terribili accuse? Quanto ci vorrà per ristablitre un clima

di tranquillità e di fiducia tra tutti i protagonisti di questa vicenda? Ecco perché accuse come

quelle mosse al padre di Marina dovrebbero essere vagliate con la massima cautela così che

un'encomiabile desiderio di ricerca della verità non si trasformi in un innamoramento per una

particolare tesi con conseguente "furore" inquisitorio e ricerca e coinvolgimento di testimoni,

prove, fatti, interpretazioni a conferma della tesi stessa. Dovremmo renderci conto che

pregiudizi e stereotipi in tema di sessualità infantile e l’allarme per le notizie di abusi nei

confronti dei bambini possono impedire una valutazione serena dei fatti non solo al

protagonisti ma anche ai testimoni e agli stessi periti.

In un recente seminario in tema di abuso all'infanzia il Dr. Pietro Forno, magistrato milanese

di lunga e specifica esperienza di casi di abuso su minori, ha così trattato il tema del sospetto

di abuso (le sottolineature sono mie).

"Il campo del tutto particolare e specifico della materia minorile è costituito dalle situazioni di

mero sospetto di abuso, basato o su affermazioni non chiare della parte lesa, o su anomalie

comportamentali di questa (ad es. comportamenti erotizzati), o su condotte ambigue, non di

univoca interpretazione, dell'adulto. Si tratti di una "zona grigia" la cui ampiezza è

inversamente proporzionale all’età del minore: costituisce in pratica la regola di casi di minori

in età prescolare, in cui molto difficile è l’interpretazione di affermazioni e comportamenti. E'

fuori discussione che tale interpretazione può essere fatta solo in sede psicodiagnostica tempo

prima e si possa addivenire ad una qualche conclusione.

E’ altresì vero peraltro che ogni attività volta a chiarire i fatti, se viene effettuata senza

determinate cautele, pregiudica in modo irreparabile le indagini successive. Tipica al riguardo

la prassi, in caso di sospetto abuso intrafamiliare, di convocare tutti o parte dei membri della

famiglia del minore prima che sia notiziata l’autorità giudiziaria penale, esplicitando per di

più le ragioni del sospetto.

Anche nel caso in cui la persona interpellata sia soltanto la madre del minore, moglie o

convivente del sospetto autore dell'abuso, il risultato normale è che si instauri una sorta di

"processo famigliare" in cui il minore, alla fine, è destinato a soccombere. La stragrande

maggioranza delle madri, dopo gli iniziali turbamenti, si schierano a fianco dei coniugi e alle

figlie non resta che la ritrattazione! [Non è certamente questo il caso di cui mi sto occupando

visto che qui è la madre che accusa e la bambina non è forse in età di ritrattare].

E’ difficile in questa materia una codifIcazione di casi che si presentano molto diversificati; si

possono, al più, dare alcuni suggerimenti di carattere generale:

1) interpellare, oltre che il giudice minorile (competente per tutti gli interventi a tutela del

minore) anche il pubblico ministero, sia in merito all'opportunità della denuncia che alle

strategie da adottare;

2) se è possibile procedere ad un approfondimento dei racconto del minore, tipico il caso di

minori già allontanati per altri motivi) farlo con la massima riservatezza cercando, in sede

minorile, di garantirne la serenità e di evitare possibili pressioni o interferenze (ad esempio

attraverso una oculata regolamentazione degli incontri);

c) non esitare a presentare denuncia penale non appena i meri sospetti si concretizzino in

indizi, specie quando la situazione si presenti troppo rischiosa se gestita unicamente con gli

strumenti del diritto minorile.

E' bene ricordare che, con il nuovo codice di procedura penale, le indagini possono essere

effettuate ed anche archiviate senza alcun clamore e alla totale insaputa dell'interessato.

E’ pertanto preferibile archiviare una denuncia infondata piuttosto che accorgersi

tardivamente che i sospetti erano fondati".

E’ discutibile che si parli di masturbazione nel caso di una bambina di due anni, ancor più se

si attribuiscono a certi comportamenti messi in atto dalla bambina significati (e pregiudizi!)

paragonabili a quelli attribuiti alla masturbazione adulta. Samuel Johnson sosteneva che "gli

uomini non sospettano colpe che non commettono". Senza essere così pessimista vorrei

almeno invitare gli adulti a non attribuire ai comportamenti infantili sensi e significati che

semplicemente non appartengono a certe età della vita. I bambini, e questo vale ancor più nei

primi anni di vita, non sono donne e uomini in miniatura con vizi e virtù adulte in miniatura.

Sono ancora, grazie a Dio, altra cosa. Ma ci somiglieranno molto presto, molto presto

impareranno ad essere come noi e molto di ciò che saranno l'avranno appreso dai genitori.

Tornando alla masturbazione, ricordo di aver letto nella seconda metà degli anni ‘70 un'opera

divulgativa di uno psicologo e sessuologo americano, Hal M.Wells, Your Child’s Right to Sex

, oggi tradotta in italiano, in cui, rivolgendosi a genitori ed educatori, la cosiddetta

masturbazione infantile veniva così affrontata (le sottolineature sono mie):

"[...] anche per chi non è religioso, la parola [masturbazione] evoca sempre una serie di

significati negativi. Siamo riusciti a farla finita (USA,1970) con le antiche minacce di brufoli,

malattie veneree e follia, ma pronunciare la parola in pubblico genera ancora disagio (...).

"Giocare con i genitali" sembra un modo di dire più adeguato, soprattutto quando ci si

riferisce a un bambino piccolo, i1 quale non si masturba in senso stretto (cioè

intenzionalmente per raggiungere un orgasmo) ma, effettivamente, gioca".

(…) La scoperta dei genitali comincia non appena il bambino, che intorno ai sei mesi ha già

avuto modo di condurre accurate esplorazioni sui capelli, orecchie, occhi, naso e tutte le altre

raggiungibili del corpo, si accorge che le mani, a contatto con la zona genitale, danno una

piacevole sensazione. Se non viene represso, distratto o inibito in altro modo, il bambino

procede naturalmente alla sperimentazione di qualche forma di gioco genitale. Pian piano

scopre che, oltre alle mani, anche alcuni suoi giocattoli, e specialmente quelli morbidi e

pelosi, danno piacere (fra l’altro, le interruzioni (da parte degli adulti) sembrano assai più

frequenti quando si usano le mani: i "sostituti" passano più inosservati e i bambini lo sanno).

Lo stesso avviene dondolandosi su una sedia che offra qualche punto di contatto con i

genitali. (…) I bambini di entrambi i sessi conoscono perfettamente la sensazione che dà "fare

cavalluccio" sulle ginocchia di un adulto (…).

Proviamo a concentratci per un attimo sulla differenza tra "toccarsi" e "giocare con i genitali".

Toccarsi è una sensazione confortante, spesso associata a quella di succhiarsi un dito e ai più

grandicelli dà coraggio quando parlano e leggono. Così come non ci preoccupiamo del dito in

bocca perché confidiamo che prima o poi passerà, non c’è motivo di preoccuparsi se nostro

figlio si tocca i genitali. Naturalmente sto parlando di bambini con un comportamento "nella

norma". Se doveste notare che la cosa va avanti per ore o aumenta costantemente di frequenza

sarà meglio cominciare a chiedervi se qualcosa in particolare turba vostro figlio. Perché ha

bisogno di tanto conforto? Anche se i bambini molto piccoli si toccano tranquillamente i

genitali in presenza di altri membri della famiglia (o di chiunque altro), quasi tutti

gradualmente imparano che farlo in privato è meglio, non necessariamente perché si è appreso

il senso di colpa, ma proprio per una questione di privacy. (…)".

Vorrei che in presenza di "gioco con i genitali" ritenuto dagli adulti di casa "fuori della

norma" non dovremmo dunque ricorrere necessariamente al sospetto che qualcuno glielo

abbia perversamente insegnato, cosa possibile ma non probabile. Dovremmo anche porci la

domanda: "Qualcosa turba nostra figlia? Perché ha bisogno di tanto conforto?", e non

possiamo escludere che la bambina risenta di una situazione familiare pesantissima e che

ricorra a rassicurazioni come quelle sopra descritte. Ripeto, non si può escludere un

apprendimento e un incoaggiamento da parte di un adulto, ma è più probabile che se la

bambina indulge nel "gioco con i genitali" al di là dei limiti normali questo sia dovuto alla

ricerca di rassicurazione e protezione da un ambiente familiare teso e poco protettivo.

Come molti altri colleghi, sono personalmente d’accordo con questa visione della sessualità

infantile. Tra i tanti autori che condividono le posizioni di cui Wells non è che un portavoce,

più di recente uno dei più noti pediatri italiani, Marcello Bernardi, è tornato sul tema della

cosiddetta masturbazione infantile in un suo libro del 1993, Sessualità, educazione et al.

(Rizzoli). Rinvio in proposito alle pagg.158 e segg. Di questo volume nelle quali, tra l’altro, si

potrà leggere (sottolineature mie):

"Sono convinto (…) che gli interventi contro la masturbazione della bambina siano dannosi

esattamente come lo sono per il maschietto. Perché dannosi? Questa volta per capire non

serve nemmeno metterci nei panni del bambino. Restiamo pure nei nostri. Che cosa può

pensare uno di noi quando venga minacciato di rappresaglie se si comporta in un certo modo

o se commette determinate azioni, o quando si cerchi di distoglierlo con questo o con quel

pretesto dagli stessi comportamenti o dalle stesse azioni? Evidentemente penserà che si tratti

di comportamenti deplorevoli, bagliati, o per lo meno inadeguati, in quello specifico

ambiente. Forse prima non lo sospettava neanche, ma la disapprovazione altrui, direttamente o

indirettamente espressa, gli rivela il suo errore. Egli finirà prima o poi con l'accantonare

quelle sue operazioni nell'area del proibito e, se le metterà ancora in atto, lo farà

clandestinamente. Nascono in tal modo le consuetudini sociali. Ma nascono anche le

deviazioni. Le energie che l'individuo non può spendere nelle attività vietate può spenderle in

altre imprese, forse non migliori, o forse peggiori. O forse quell'individuo potrebbe, a lungo

andare, svuotarsi di ogni energia e diventare un rassegnato nulla.

Identica la situazione del bambino cui si impedisce il godimento della propria sessualità. Egli

si farà li convincimento che le attività sessuali, e il sesso medesimo, siano un male,

un'indecenza (…). Potrà rinunciarci, per un po' di tempo. Ma c'è anche il rischio che ci rinunci

per sempre e che divenga un impotente (una frigida), o un nevrotico profeta della castità,

propria o altrui. O potrà investire le sue energie sessuali in altre gesta (...), o (...) continuerà a

commettere atti impuri, ma di nascosto. E comunque sempre nella certezza di essere un poco

di buono. (…) Ci sono bambini molto sensibili che potrebbero restare sconvolti dalle reazioni,

non sempre misurate e civili, di qualche adulto (…)".

Chiedo a chi è chiamato ad indagare su sospetti come quelli che gravano sul padre di Marina

di prendere in esame anche questa possibilità: la bambina può essere vittima della battaglia tra

i genitori dell'allarme che destano i sospetti di abuso sessuale e dei pregiudizi e stereotipi che

ancora sopravvivono in tema di sessualità infantile. Ho scritto "può" e non "è" perché non ho

il diritto di sostituirmi a chi conosce il caso meglio di me. Ho invece il diritto di chiedermi

come mai questa ipotesi non venga valutata con altrettanto impegno quanto quella della

colpevolezza del padre. In fin dei conti siamo, o dovremmo essere, tutti tesi alla tutela

dell'interesse della bambina e tra i suoi interessi c'è anche quello, fino a prova contraria, di

non essere privata di un genitore, cosa purtroppo già avvenuta nel caso di Marina sulla base di

sospetti che, in questa materia, sappiamo propagarsi e attecchire con molta facilità.

Tornando alla perizia, c'è da chiedersi se, al fine di verificare la fondatezza della supposta

induzione di comportamento masturbatorio, sia opportuno eseguire una osservazione accurata

e mirata della minore in assenza di altre persone, ivi compresi i periti di parte, per un numero

elevato di sedute tese a far esplicitare alla bambina chi è l'adulto che l'ha indotta al

comportamento masturbatorio. La prima parte del quesito contiene un presupposto che invece

andrebbe verificato: "chi è l'adulto che l'ha indotta al comportamento masturbatorio". Pare

dunque già assodato che la bambina sia vittima dell'influenza di un adulto significativo. Ma,

come mi sono chiesto in precedenza, le cose stanno proprio così? Il comportamento della

bambina è così diverso da quello delle sue coetanee? Se sì, quel comportamento non potrebbe

spiegarsi con altre cause, il clima farniliare, ad esempio, che potrebbe spingere la bambina a

pratiche autoerotiche a scopo di rassicurazione? E allora, non è forse più giusto ritenere che il

quesito da porsi sia se quel comportamento è stato indotto da un adulto?

Ma ammesso e non concesso che sia fondata l'ipotesi di un'induzione di quel comportamento

da parte di un adulto, quali sono gli adulti significativi che potrebbero essere considerati

responsabili? Il padre, certamente, ma anche la madre o altre figure importanti nella vita della

bambina. Ma se l'indiziato è solo il padre ci saranno pure delle prove a suo carico. E allora

che bisogno c'è di sottoporre una bambina di pochi anni a un iter peritale tanto intenso che

sarebbe difficilmente sopportabile anche da un adulto? Mi si può rispondere che abbiamo

tante dichiarazioni della bambina che rafforzano li sospetto. Strane cose avvengono oggi

all'infanzia: da una parte una bambina viene giustamente ritenuta influenzabile e si

attribuiscono, le sue cosiddette pratiche masturbatorie all'influenza (appunto) dei padre.

Dall'altra non ci si pone il problema se questa stessa bambina non possa essere altrettanto

influenzabile da adulti ostili al padre nel dare una versione dei suoi rapporti con quel genitore

(che tra l'altro non ha da lungo tempo la possibilità di frequentare la figlia e, nel peggiore dei

casi, di influenzarla a sua volta ... ). Diceva Shakespeare: "attenzione alle storie che ci

raccontiamo (e che ci raccontano) perché possono diventare il copione della nostra vita".

Quante volte, occupandomi di separazioni altamente conflittuali tra genitori, mi è capitato di

ascoltare brutte storie

che i bambini raccontano sul conto dei genitore con il quale non vivono, alimentate e

confermate dal genitore affidatario a fini distruttivi. Anche questo certi bambini devono fare

per sopravvivere! Non posso dire che questo sia il caso di …, ma il dubbio debbo almeno

pormelo.

Non è qui in discussione il fatto che i bambini di pochi anni possano essere testimoni

attendibili. Credo che possano esserlo ma non devono essere trattati come adulti e, soprattutto,

occorre evitare di attribuire indebitamente significati "adulti" a loro comportamenti. Trovo

sconcertanti ad esempio, i passi relativi ai "leccamenti" e il modo in cui sono stati raccolti nel

contesto di una perizia richiesta su un tema tanto delicato.

Quello che in altri contesti potrebbe essere considerato un gioco innocente e frequente tra

genitori e bambini, il leccarsi affettuosamente la faccia ad esempio, oppure vedere

casualmente il corpo nudo dei propri genitori o ancora le affermazioni difensive di una

bambina colpevolizzata e sottoposta a un fuoco di fila di domande, o le osservazioni di

un’educatrice, tutto viene raccolto e convogliato in un'unica direzione.

Quando poi, finalmente, la bambina adeguatamente interrogata dice qualcosa di più esplicito,

finalmente il cerchio si chiude e il teorema è dimostrato.

Richiamo l'attenzione su questi passaggi della perizia:

pagg. 7-8: "Durante l'ultima seduta la signora Carla segnala pure alcuni messaggi ricevuti

dalla bambina, e precisamente: "La bambina, al momento di darmi la buonanotte, seduta sul

letto, si è messa a leccarmi la faccia.

Le ho chiesto "Cosa fai?", e lei "Lo facevo col nonno, la nonna e il papà". Intanto si

nascondeva la faccia col braccino, per vergogna, e ha aggiunto: "Ma lo facevo anche in Africa

col papà"". [Ora sappiamo che di questo gioco, praticato con gioia e affetto tra molti genitori

e figli piccoli, ci si deve vergognare].

pag. 13: (In casa del papà) "Vuole il papà vicino sul divano e gli si strofina contro. (…) Ad un

certo punto gli lecca la manica della camicia e dice con aria complice: "Ti lecco" al padre, che

esclama: "Cosa fai, sciocchina, fai la birichina?"". [Si notino il "gli si strofina contro" e

soprattutto quell' "aria complice" che sono tutto un programma. Posso ben immaginare

l'imbarazzo del padre che sa bene di essere nel mirino quando la bambina gli lecca la

camicia].

pag. 14 [in casa di Carla]: "Ogni tanto Marina le dà un bacio ma anche delle leccate e la

mamma le dice con fermezza: "baci sì, leccate no"". Con la mamma Marina non ha l’ "aria

complice" e la risposta che riceve è data "con fermezza", cosa che non è stata detta nel caso

del padre. Dunque, o il padre non è stato abbastanza "fermo" perché ritiene il gesto della

bambina del tutto innocente oppure ... c'è qualcosa sotto.

A pag.18 c'è la dichiarazione di Carla in cui si riferiscono affermazioni di Marina "Papà mi

diceva che devo stringere le gambe" (la bambina era a cavallo di un sostegno tubolare dello

schienale della sedia ma l’affermazione del padre assume subito contorni ambigui); che brutto

mio nonno nudo", "I1 papà ha il culotto lungo", e "finalmente: [parla Carla] "interrogandola,

ho capito che per culotto intendeva il pene, e ha aggiunto che lo leccava". [Richiamo

l’attenzione su quell’ "interrogandola", una pratica che Carla deve ormai conoscere molto

bene. L'interrogatorio viene condotto, immagino con molta serenità e competenza da persona

che si dichiara preoccupata "perché il paese è piccolo e la gente fa in fretta a parlare"].

Pag. 20: l’insegnante riferisce affermazioni di Marina come "I bambini devono stare con le

mamme" o "Il papà dice brutta cattiva alla mamma" e fa altre osservazioni sulla tristezza della

bambina dopo gli incontri con i1 padre. [In altri contesti queste affermazioni di Marina

sarebbero state considerate una delle frequenti, tristi conseguenze di una separazione tra

genitori altamente conflittuale ma qui assumono una luce tutta particolare visti i sospetti

gravanti sul padre].

Lo stesso dicasi per quanto riferito da un'altra maestra (pag. 21): " (…) vedo questa bambina

che ondulava e si strofinava contro lo spigolo di un tavolo, a pancia in giù. Ho cercato di

prenderla per un braccino per distoglierla, ma lei era rigida. All'improvviso dice "Lo faccio

con papà". [Ci risiamo. Ormai quando viene colta 'in flagrante' la bambina ha pronta la

risposta. Peccato che la maestra non si accorga che la bambina (vedi quanto detto a proposito

della pseudo masturbazione) non stia facendo nulla di anormale e, se indulge troppo in quel

comportamento, possa forse manifestare una sofferenza personale, non necessariamente una

pratica avviata o incoraggiata dal padre].

Infine segnalo i verbali delle sedute del CTU con Marina. Le affermazioni della bambina

appaiono non equivoche e preoccupanti se non rimanesse il dubbio che nei mesi precedenti gli

adulti, con i loro racconti, osservazioni, azioni, reazioni e divieti possano essersi

"sovrapposti" ai racconti della bambina.

Ammettiamo poi (e non concediamo) che la bambina debba essere sottoposta a un numero

tanto elevato di incontri e osservazioni. Ci rendiamo conto degli effetti che questo modo di

procedere può comportare su una piccola in formazione e presumibilmente già colpita dal

grave contrasto che divide i suoi genitori? Io credo che non ci si renda abbastanza conto di

quanto un bambino di questa età che pure è caratterizzato da un pensiero "concreto" ed ha una

memoria visiva altrettanto concreta (e potrebbe essere dunque, se non influenzato, un buon

testimone) sia influenzabile dalle pressioni degli adulti che hanno su di lui un enorme potere

di suggestione, soprattutto se questi giunge all'incontro, al colloquio, all'osservazione con

propri forti convincimenti su come le cose sono andate, con scarsa esperienza di colloqui con

bambini, con scarsa esperienza di casi di abuso sessuale, con forti pregiudizi nei confronti

delle manifestazioni della sessualità infantile. Mi guardo bene dall'affermare che questo sia il

caso dell’autrice della perizia in oggetto: pongo solo il problema dell’influenzabilità dei

bambini ad opera degli adulti, genitori, parenti o esperti che siano. Il dibattito sul tema è da

tempo in atto in ogni Paese che abbia cominciato ad occuparsi seriamente dell'abuso

all'infanzia, e soprattutto negli Stati Uniti che hanno più lunga esperienza in materia. A questo

scopo allego fotocopie tratte dall'autorevole Reference Guide to Counselling Children and

Adolescents (Manisses Communications Group, Inc.). Gli Autori sono autorità riconosciute

nel campo dell'abuso all'infanzia e, come si può notare, mettono in guardia contro la

faciloneria, l’improvvisazione, il partito preso quando si tratta di questioni tanto delicate con

bambini piccoli. Mi meraviglio invece della scarsa presenza (almeno stando al documento in

mio possesso) dei periti di parte nei colloqui. La mia esperienza come perito sta di ufficio che

di parte mi ha insegnato che se è proprio necessaria l’osservazione di una bambina cosí

piccola, tale osservazione va condotta da persona esperta e affidabile.

Qualora il Perito di ufficio risponda a queste caratteristiche, i periti di parte possono attendere

con fiducia l’esito degli incontri e non partecipare agli incontri con la bambina per non

rendere più pesante la situazione per la minore. Il perito d'ufficio ha comunque tutto

l'interesse a confrontare e discutere le sue osservazioni con i colleghi di parte perché dal

dialogo possono scaturire conclusioni più meditate e fondate. Se, tuttavia, questa fiducia nel

perito d’ufficio non 'c'è, i periti di parte devono partecipare a tutti gli incontri e se questo non

è consentito, dovrebbero informarne il magistrato affinché questi consenta loro di partecipare

alle osservazioni o, meglio, nomini un perito più qualificato ad evitare che il minore si trovi di

fronte una "commissione" di adulti sconosciuti e, presumibilmente, rissosi. Non so come mai,

in questo caso, i periti di parte siano così poco presenti. Mi auguro che si tratti di una loro

prova di fiducia nel confronti del CTU.

Leggo infine, nell'elenco delle operazioni peritali, che il CTU ha sottoposto la situazione e le

"più significative risultanze emerse" alla supervisione del Centro X. Mi auguro che siano stati

presenti anche i consulenti di parte. In ogni caso è sorprendente che ci si avvalga di una

supervisione sul proprio operato in corso di perizia.

E’ senz'altro ammirevole che un perito ammetta di aver bisogno di una supervisione e migliori

in tal modo le proprie qualifiche e le proprie prestazioni professionali. E’ suo diritto avvalersi

di ogni mezzo per lavorare nelle migliori condizioni. Quando però, nel corso di una perizia, si

avvale di uno o più esperti ai quali riconosce, per il fatto stesso di sottoporsi alla loro

supervisione, maggiori conoscenze, esperienza e dottrina, ci troviamo, di fatto, a una superperizia.

E allora se le cose stanno così, perché non chiedere al magistrato di affidare a questi

superesperti la perizia di ufficio o almeno consentire anche ai periti di parte di avvalersi del

loro sapere?

Se poi l'autorità del supervisore è citata dal CTU a conferma delle proprie tesi, i periti di parte

si trovano di fatto tagliati fuori dal discorso, nell’ipotesi che non abbiano partecipato agli

incontri di supervisione.

Credo comunque che sia lecito chiedersi:

a) se l'informazione fornita dal CTU al supervisote in assenza del periti di parte sia stata

completa e obiettiva;

b) se il supervisore sia a conoscenza dell'uso che si è fatto del suo nome e, in caso

affermativo, come e perché abbia dato la sua autorizzazione.

Con i più cordiali saluti

Prof. R.

 
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